domenica, Ottobre 17, 2021

Etna: il gigante buono e il suo tesoro

di Gea calì

Chi come me vive nella fascia perietnea è cresciuto sempre con lo sguardo rivolto verso su, perché Lei, il nostro “gigante buono”, da un lato dona paesaggi di incommensurabile bellezza, dall’altro fa provare un senso di profonda vulnerabilità per la straordinaria potenza e maestosità che trasmette. L’Etna oggi è meta dei sogni enoici di tanti produttori, italiani ed esteri, affascinati dalla qualità delle uve, dalla viticoltura autentica, artigianale ed eroica. La zona di produzione dell’Etna Doc, denominazione riconosciuta nel 1968, è una sorta di “mezza luna” che circonda le pendici del vulcano da nord a sud ovest con i vigneti che sono coltivati tra i 400 e i 1000 metri sul livello del mare. I vitigni concessi per la produzione sono gli autoctoni Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio per quanto rigurda la bacca rossa; Carricante e Cataratto per la bacca bianca. Questi, assieme ad altre piccole percentuali di antiche varietà, consentono di produrre Etna Doc nelle sue declinazioni in rosso, rosato, bianco e bianco superiore.

Quattro sono le macroaree viti-vinicole che vengono indentificate dai versanti: sud-ovest, sud-est, est e nord. All’interno dei versanti è possibile individuare, inoltre, delle microaree chiamate “Contrade”. Le quattro macroaree si differenziano principalmente in relazione all’esposizione e all’altitudine che determinano differenti climi, escursioni termiche e differenti composizioni geologiche e del suolo, date dalle differenti colate laviche che le compongono. Le “Contrade”, invece, sono differenziate da fattori pedoclimatici che si traducono in vini fortemente identitari della microarea. Da qualche anno è possibile, infatti, inserire in etichetta il nome della contrada dalla quale provengono le uve, oltre alla immancabile denominazione. La possibilità di una migliore comunicazione e promozione del territorio ha portato a questa svolta. Un altro passo fondamentale, che consacrerà l’Etna come uno degli areali più vocati al mondo, sarà il complesso processo della “zonazione viticola”.

Tutti questi fattori fanno sì che non si usino pesticidi e sfruttando la naturale fertilità del suolo, si operi in un regime di totale semplicità favorendo la biodiversità, ricorrendo a interventi limitati, così come Madre Natura ci ha insegnato. I risultati, quindi, saranno vini rispettosi dell’ambiente e dell’identità dei vitigni. Ogni anno migliaia di appassionati winelovers e addetti ai lavori arrivano da tutto il mondo per visitare le cantine, “scavate” negli imponenti terrazzamenti in piera lavica, e degustare i vini vulcanici, “immersi” negli antichi e splendidi Palmenti; ma, poter godere dei racconti pieni di storia, passione e impegno dei produttori, resta, di fatto, il dono più prezioso di questo territorio!

Questa, altro non è, che l’analisi geopedologica, climatologica e agroviticola che suddivide il territorio in funzione della vocazionalità alla coltivazione della vite. É noto, infatti, che: “la qualità di un vino è legata strettamente al suo terroir, cioè all’integrazione delle caratteristiche ambientali di una zona con l’adattamento di un vitigno a queste” (Fregoni et al. 1992; Amerine e Wjnkler, 1944). Il territorio vulcanico è storicamente noto per la sua fertilità e per l’abbondanza di componenti alcalini e ferrosi, oltre che, per l’elevata concentrazione in potassio, fosforo, zolfo e magnesio. I suoli costituiti da rocce vulcaniche, inoltre, hanno valori più elevati di macro-porosità che gli consentono di immagazzinare grandi quantità di acqua anche nelle stagioni più secche. Tutte queste caratteristiche permettono di conferire alle uve degli aromi decisamente unici e non paragonabili con quelli conferiti da nessun altro terreno. Ogni qualvolta che si verifica un’attività esplosiva il vulcano provoca una caduta di cenere che permette di rivitalizzare il suolo con sostanze nutritive molto importanti: come se il vulcano periodicamente “riconcimasse” i suoi terreni e li rendesse nuovamente naturalmente fertili.

ETNA